La triste condizione esistenziale dell’editore di poesie

Guai a chi mette in fila le poesie, a chi le ordina secondo criteri incerti, tanto più se lontani dalla certezza della volontà di chi ha scritto. Guai a chi ingabbia i versi per raccontare una storia. Non vi è niente di meno poetico di un annale, di una cronologia. Non vi è nulla di più lontano dal verso di una sequenza. Per questo i computer ne fanno uso abbondante, per costruire un ordine che alla poesia non serve.

Guai a chi incasella un mondo, indicando col dito “prima questo!”, pensando che a chi legge serva conoscere la vita, la morte, i miracoli e i peccati del padrone della penna. Demiurgo, il poeta, come Dio, ci lascia il regno, senza alcuna spiegazione del suo esistere. Ci getta nel cuore della vita, in un universo governato da sue regole. Rinasciamo ad ogni a capo, e ad ogni a capo ricadiamo dall’Eden per raccogliere un fiore da richiamare “fiore” per la prima volta.

Si rattrista la vita dell’editore di poesie, costretto, forse da altri, forse a sua insaputa, a scervellarsi nel pozzo profondo del senso dei versi, fra cronologie e “periodi”, tormenti e trasferimenti. Queste sono le strofe del periodo parigino, ci sussurra l’editore, in qualche nota, con una certa timidezza.

E chi se ne frega!, rispondiamo noi, già intenti ad indagare il mondo nuovo, laddove la realtà contingente ci lascia e s’invola, ridotta al suo niente, nel rivolo di un’eco in lontananza. Non ci siamo più.

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Il cormorano e il cigno

I giorni trascorsi senza l’amico non si tingono di nero – si stingono, semmai. I giorni trascorsi senza una voce, non sono nemmeno silenzio, ma vuoto, vuoto senza perimetro di suono interrotto. I giorni del cormorano che tramontano, sulla baia di Hrólfsskáli, non verranno sostituiti da altri giorni, ma resteranno interrotti e impenetrabili in eterno. Forti come il tuo sorriso sul ciglio della spessa porta di legno. E quella mano alzata al vento, quella mano alzata, ignara dell’addio.
Il tempo trascorso senza l’amico non si bagna di lacrime, poiché non ha più occhi per guardare il mondo che va avanti. Il mondo trascorso senza di te, amico, è un mondo nuovo. Non somiglia a quello in cui tu c’eri, non ne è la conseguenza. Il mondo senza te è solo un punto fermo, che non conosce virgole, che non si rialzerà da terra per far sollevare altra parola.
Tutti i ricordi che portavi con te, cosa diventeranno? Tutti gli aneddoti che non sei riuscito a raccontarmi? E quelli che mi hai detto, invece, e che tengo al sicuro nelle pieghe del cervello, dove andranno quando io sarò passato? E che forma hanno adesso? Sono fedeli al tuo racconto? Sono fedeli allo spazio del nostro consenso? Come vorrei poterti raggiungere sul mare, nella tua casa di pietra. Osservare questi giorni che si allungano dal tuo divano, in silenzio.

Tu capivi il silenzio, come ogni saggio che è vissuto abbastanza per comprendere qualcosa dell’animo umano. Tu eri silenzio, spesso. Restavi fermo a osservare con me il tramonto, o il non-tramonto dell’estate boreale, e mi parlavi di storie lontane nel tempo. Ridisegnavi i volti di chi ti aveva amato, con le tue parole, ricostruivi il mondo che ti aveva preceduto, muovendo le dita nel fumo che sbucava dal bicchiere.
Non ci torno in Danimarca, Michael – mi dicevi – sarebbe troppo doloroso. La Danimarca che conoscevo non esiste più. Sono un povero vecchio – aggiungevi – il reperto storico di un mondo ormai perduto. Ridevo, impaurito, dissimulando il timore di doverti dire addio. Ridevo e ti prendevo in giro. Vorrei essere un rottame tanto lucido quanto lo sei tu – ti dicevo. Hai ancora la forza di raccontare la vita e di capire lo sguardo di chi ti è vicino. Hai forza per amare l’arte e l’antiquariato, Sigurður. E per mettere insieme tutti i pezzi di ogni momento che hai vissuto.
Mi dicevi che ti ricordavo tuo fratello, per la mia malinconia. Mi dicevi anche che era stata quella a trascinarlo in fondo. Hai lo sguardo triste di Ólafur, a volte, e la sua stessa inquietudine di vivere. Ogni cosa ti si scaraventa addosso come un sasso. Già, uno di quei sassi enormi che ogni tanto crollano dalla cima di un vulcano in silenzio, da queste parti. Tu mi dicevi che ero un cigno, per la mia elegante nostalgia, e per questa voglia di planare rasente lo specchio del lago, senza decidere mai da che parte mettere su il nido, se nel lago o nel cielo. Poi mettevi su un disco dei tuoi tempi, quasi sempre una voce femminile che raccontava un mondo troppo lontano per essere compreso, con il canto un po’ sbavato dai rumori della radio o del vecchio vinile digitalizzato. Mi indicavi nomi di cantanti che poi scordavo subito, per ritornare con lo sguardo sullo scoglio, sul tramonto.

Mi dicevi: lì è dove si posa il cormorano. Ogni anno, puntualissimo, lui arriva. Ci osserviamo, conviviamo, e ci lasciamo in pace. Forse quel cormorano sono io e la sua presenza è legata a me. Forse quando me ne andrò anche lui smetterà di fare tappa qui, sulle mie rive.
Sai, caro amico mio, non andrò mai a controllare. Non posso più tornare a camminare sulle rive di Hrólfsskáli nei giorni d’estate. Non c’è più mondo per me laggiù. Non c’è più mondo. Magra è la consolazione di capire solo adesso cosa intendessi vietandoti il ritorno in Danimarca. Vietavi a te stesso di soffrire. Chissà quanti fantasmi avresti visto, passeggiando per i vicoli di Copenhagen, caro Sigurður. Chissà quanti cormorani sullo scoglio.

Taci stasera, e spegniti, cielo. Spegni le ridenti stelle, troppo lontane nello splendore del loro lume impassibile, per sapere che stanotte non voglio niente e nessuno. Stanotte finisce qui il mondo. Stanotte ho perso il mio amico.

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Crisalide

Spesso mi interrogo su cos’avrebbe da dire Freud. No, non riguardo alla scarsa scrittura della serie televisiva su di lui appena rilasciata da Netflix, ma a proposito di me e di te. Mi chiedo in che modo ci guarderebbe e come valuterebbe il mio ricorrente bisogno di sparire dentro di te. Non ho mai provato prima d’ora questa sensazione, è nuova, perturbante e porta con sé una sfumatura vagamente materna – il che fa sorridere, se penso che il “vecchio” fra i due sono io, quel signore di cent’anni almeno con un posto dentro al cuore dove tira sempre il vento, eccetera eccetera. Mi chiedo senza dubbio come il padre della psicanalisi interpreterebbe te, me, noi, mio padre, mia madre, la mia famiglia reale, quella immaginaria e tutte quelle che ho ricostruito fuori di me, nel corso degli anni, e che puntualmente finiscono per fare la stessa fine della prima (con tanto di senso di colpa incorporato). Mi chiedo cos’avrebbe da dire, quel signore con la barba lunga e lo sguardo da maniaco sessuale, sui miei goffi tentativi di costruire nuove famiglie fuori dalla mia, sul circolo vizioso messo in moto da questo istinto di sentirsi sempre figlio, protetto, da qualche parte, sotto qualche tetto, dentro qualche luce accesa. Ricostituzione del nido perduto? O suona troppo pascoliano? E di me e di te, cosa direbbe? Tu che mi proteggi più di quanto faccia io, nonostante l’inesperienza e la grazia ingenua dell’età. E questa voglia, che mi prende certi giorni, i giorni in cui tiro fuori dall’armadio la felpa più morbida che ho e me la metto addosso, così da aver uno strumento con cui coprirmi il volto, tenere al caldo il cranio, sentirmi avvolto, come sparito. Come facevo da bambino, a volte, sotto le coperte. Mi avvolgevo come un bruco nel piumone, lo stringevo tutto intorno fino a diventare una crisalide, e aspettavo. Che cosa, non si sa. E chi l’ha mai capito? Aspettavo che rientrasse dalla porta chi se n’era andato? Aspettavo che chi c’era si accorgesse che mancavo e che soffrivo? Forse aspettavo solo di sparire. Così, come certi giorni vorrei fare con te. Averti davanti e sparire nel tuo abbraccio. No, non è colpa di Calcutta, lo vorrei lo stesso. Averti qui davanti, vedere che mi stringi e diventare un tutt’uno col tuo petto, col tuo stomaco. Immaginare il buio del tuo ventre e rimanere chiuso lì, in silenzio, ad aspettare ancora un po’, al sicuro, che la vita la finisca di avere così tanta fretta.

P.S. Che poi, che cazzo ne sa Freud?

La mia foto sul tuo comodino

E così ho scoperto che in realtà sapevi amare. Hai amato le donne che ti sono state accanto, hai amato la bambina riccioluta che ti fu affidata dalle coincidenze. Hai amato i tuoi genitori e i tuoi fratelli, ma soprattutto i tuoi cani e i tuoi fucili. Hai amato, lo so, la polvere da sparo, le tue passeggiate lungo gli argini della nostra terra. Hai amato molto la montagna e poco il mare. Il cibo e i tuoi programmi di cucina. Hai speso denaro persino per i tuoi nipoti. Hai amato la tua Audi bianca arrugginita, dolorante sotto il peso di una carrozzeria datata che la faceva borbottare sempre, come una vecchia signora con l’artrite, soprattutto se pioveva. Forse hai anche amato farmi quella foto che tenevi sul tuo comodino. Avevo i capelli tutti da una parte, laccati come se ci avessero versato sopra della colla. Avevo una camicetta bianca, o forse rosa, dei calzoncini scuri, dei calzini bianchi e delle scarpette da ginnastica firmate, come piacevano a mia madre. Avevo uno sguardo molto serio, come spesso mi capitava da bambino. Talmente distese erano le mie solitudini, da sembrare eterne. Tutto il mondo faceva più volte il giro su se stesso dentro la mia testa. Più vite mi abitavano nello stesso giorno e con tristezza rimpiangevo l’incapacità di proiettare davanti ai miei occhi tristi gli amici immaginari che attraversavano i miei sogni. Forse eri felice, quel giorno, di fianco al grande abete sempreverde, calpestando gli aghi sul terreno umido, scattando, girando la rotella del rullino della tua vecchia camera analogica. Forse mi hai amato e hai amato anche il mio muso ed il mio sguardo scuro. Forse, per un attimo, mi hai amato come hai amato tutto il resto: le tue donne, i tuoi fucili, le tue borse da calcetto, i tuoi duecento cani. Alla fine, ti ho scoperto. Ho scoperto che sai amare e sai essere fedele. Sai persino giocare, certe volte. Quello sì, l’avrei voluto fare. Giocare con mio padre, saltargli sulle spalle, invece di vederlo da lontano, scattarmi una foto da tenere sul suo comodino. Una foto, muta, da guardare ogni mattina al posto del mio cuore.

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Il silenzio rende vivibile il dolore

«Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio.
Lì si va in pellegrinaggio.
Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora»

Liliana Segre.

Era il novembre di cinque anni fa, quando ho visitato Auschwitz e Birkenau per la prima volta. Era il giorno della commemorazione dei morti, e diversi gruppi di persone di origine ebraica erano arrivati con noi, quella mattina, in pellegrinaggio. Avevano bandiere d’Israele e se ne stavano accrocchiati qua e là, in silenzio a pregare, oppure ad innalzare canti, circondati da candele. Era freddo, sì, e avevo bevuto solo un succo all’albicocca in pullman, prima di entrare, perciò avevo anche un po’ di fame. La scelta più importante che ho fatto, però, è stata quella di spegnere il cellulare. Il rumore dei passi sulle foglie secche e sul terriccio umido, unito ai sussurri di preghiera e ai canti, non lasciava la possibilità di immaginarsi alcuna fotografia o ripresa che non risultasse vergognosa, inappropriata. Persino il tour guidato fra le stanze del campo, con quelle teche di vetro in cui si esponevano oggetti di uso comune lasciati di lì da chi era entrato come essere umano per uscirne solo come cadavere, persino quello a me è sembrato inappropriato. Utile, sì, ma davvero troppo scolastico. Bisognerebbe entrare – dice bene Liliana – affamati e infreddoliti, e bisognerebbe vagare in silenzio per ore, fra le stanze e le celle, e la camera gas, coi telefoni spenti e la bocca sigillata. Solo la mente bene aperta, e il cuore. La sera, poi, partecipammo all’accensione dei ceri nel cimitero storico di Cracovia, dove un oceano di luci sottili illuminava le piccole vie strette fra le lapidi. È un tradizione che hanno a in Polonia, accendere candele a perdita d’occhio, tante che a malapena era possibile trovare un piccolo spazio per camminare senza calpestarle o scontrarsi con qualcuno. S’illumina la notte a giorno, e ancora una volta si sta lì fermi al freddo a cantare o pregare. È davvero possibile fare qualunque altra cosa di fronte a tutta quella morte?

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Ventinove Settembre

Esja, l’unico interlocutore sulla baia. Interlocutrice, semmai, dal momento che la montagna è femminile, spesso seguita anche dall’articolo. L’Esja. Manco fosse una persona. Manco mi sentisse davvero. Esja se ne sta laggiù, dall’altra parte del fumo, oscurata tanto spesso dalla grigia foschia della pioggia intensa, tanto fine e tanto fitta che neanche in Inghilterra. Neanche a Londra.

Mi ricordo come stavo un anno fa: camminavo nei pressi della London Tower in piena notte, dopo una serata a bere vino scadente nel pub più antico della città – qualcosa come milleseicento e qualcosa – riflettevo e piangevo. C’erano nuvole sparse, talmente infettate dall’inquinamento luminoso della vecchia capitale da sembrare gialle. Fra due nuvole vedo sfrecciare un aereo, per quanto sfrecciare possa essere il termine adatto, dal momento che dal basso sembrano tutti cadere al rallentatore. Ho pensato a quell’aereo, l’ho riscritto dandogli un significato nuovo, come se fosse una mia lacrima. Come se invece di cadere nel vuoto, scendesse raso la mia pelle verso la piega della bocca impassibile. Non che ci fosse nessuno, a quell’ora, dalle parti della Tower, ma tant’è. Ho sempre avuto pudore per i miei sentimenti, pur essendo, senza vergogna, un gran sentimentale. Ho sempre avuto pudore per l’espressione dei miei sentimenti. Scrivo su un blog, ma cerco regolarmente nuove tecniche per nasconderlo – dalle ricerche, dalle directory, da te, da me -, non sopporto che mi si veda piangere, o che mi si pensi fragile. Ci sarebbe tutto un capitolo da aprire, ma non lo farò. Ciò che voglio dire è che un anno fa piangevo. E oggi, invece, sono felice. Almeno credo. Dovrei essere felice, perlomeno. Dicono che se ti viene il dubbio hai già un problema. Ma a chi, dio santo, non verrebbe di questi tempi, il lecito, fugace dubbio di non essere felice? Me lo si conceda, se non altro, per quello che vedo.

Anche questa città si è ormai svuotata di attese e aspettative. Pensavo che l’Italia potesse cullarmi nel suo grembo materno, ma mi ha strapazzato e ferito come un conducente ubriaco. Se non fosse stato per quei fiori di lavanda dentro le tue mani, chissà in quale calanco mi sarei trovato ad annaspare. Non fosse stato per i tuoi abbracci infiniti e il tuo amore inesperto, ancora senza nome. Per il tuo corpo intero che, per qualche strana eccezione alle leggi naturali, certe sere, riesce perfettamente a contenere il mio, che si fa piccolo piccolo. Non fosse stato per il tuo amore incomprensibile, anche il grembo materno sarebbe diventato una botte scomoda e stretta da raschiare.

E ora, e ora dove andare? Reykjavík è una carcassa vuota, dopo che il tempo, la distanza e la depressione hanno portato via le speranze di rinnovamento che mi allacciavano le scarpe ogni mattina, tempo fa. Rimangono reflussi di entusiasmo, tracce sparse di radici piantate e già recise. Reykjavík, dove sei? Dove sono finiti i giorni pieni e le risate? Samtún e la luce di quella cucina sempre accesa. Il gatto invadente e la coperta grigia. Il profumo che le donne lasciavano nel bagno la mattina. I giochi e le magie. Dove sei finita? Patria di filologico entusiasmo, orizzonte immaginario di un futuro in avvicinamento. Dove sei?

Dov’è invece la mia patria, piegata sotto il peso dell’ostilità. Avvelenata dall’eterna, disinteressata ignoranza che le scorre nelle vene, che dilaga come un cancro nelle viscere furiose di chi cerca nemici da annientare. Dove sei, tempo? Questi vent’anni ormai consumati, e i bilanci iniziati ma non ancora finiti. Mi giro di spalle e ho ventisei anni. Sono felice, pronto a partire. Le valigie pronte, cariche di vestiti e di fantasmi, ma pur sempre cariche. Mi volto in avanti e sono ventinove, invece. Quasi trenta. Trent’anni che sono al mondo. Senza aver tenuto niente. Senza saper nemmeno dire se sono felice. Senza nemmeno sapere dove posso stare. Da solo col cappotto ben stretto, cammino vicino al mare come ho fatto tante volte, tutte le volte che l’ho dovuto fare. Cerco nella nebbia umida la sua faccia immobile. Ma invece di Esja mi rispondono solo le sirene. Dal porto solo luci verdi e sirene. Sollevano richiami nella notte, che cadono sul fondo della baia. Inascoltati.