Il silenzio rende vivibile il dolore

«Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio.
Lì si va in pellegrinaggio.
Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora»

Liliana Segre.

Era il novembre di cinque anni fa, quando ho visitato Auschwitz e Birkenau per la prima volta. Era il giorno della commemorazione dei morti, e diversi gruppi di persone di origine ebraica erano arrivati con noi, quella mattina, in pellegrinaggio. Avevano bandiere d’Israele e se ne stavano accrocchiati qua e là, in silenzio a pregare, oppure ad innalzare canti, circondati da candele. Era freddo, sì, e avevo bevuto solo un succo all’albicocca in pullman, prima di entrare, perciò avevo anche un po’ di fame. La scelta più importante che ho fatto, però, è stata quella di spegnere il cellulare. Il rumore dei passi sulle foglie secche e sul terriccio umido, unito ai sussurri di preghiera e ai canti, non lasciava la possibilità di immaginarsi alcuna fotografia o ripresa che non risultasse vergognosa, inappropriata. Persino il tour guidato fra le stanze del campo, con quelle teche di vetro in cui si esponevano oggetti di uso comune lasciati di lì da chi era entrato come essere umano per uscirne solo come cadavere, persino quello a me è sembrato inappropriato. Utile, sì, ma davvero troppo scolastico. Bisognerebbe entrare – dice bene Liliana – affamati e infreddoliti, e bisognerebbe vagare in silenzio per ore, fra le stanze e le celle, e la camera gas, coi telefoni spenti e la bocca sigillata. Solo la mente bene aperta, e il cuore. La sera, poi, partecipammo all’accensione dei ceri nel cimitero storico di Cracovia, dove un oceano di luci sottili illuminava le piccole vie strette fra le lapidi. È un tradizione che hanno a in Polonia, accendere candele a perdita d’occhio, tante che a malapena era possibile trovare un piccolo spazio per camminare senza calpestarle o scontrarsi con qualcuno. S’illumina la notte a giorno, e ancora una volta si sta lì fermi al freddo a cantare o pregare. È davvero possibile fare qualunque altra cosa di fronte a tutta quella morte?

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Ventinove Settembre

Esja, l’unico interlocutore sulla baia. Interlocutrice, semmai, dal momento che la montagna è femminile, spesso seguita anche dall’articolo. L’Esja. Manco fosse una persona. Manco mi sentisse davvero. Esja se ne sta laggiù, dall’altra parte del fumo, oscurata tanto spesso dalla grigia foschia della pioggia intensa, tanto fine e tanto fitta che neanche in Inghilterra. Neanche a Londra.

Mi ricordo come stavo un anno fa: camminavo nei pressi della London Tower in piena notte, dopo una serata a bere vino scadente nel pub più antico della città – qualcosa come milleseicento e qualcosa – riflettevo e piangevo. C’erano nuvole sparse, talmente infettate dall’inquinamento luminoso della vecchia capitale da sembrare gialle. Fra due nuvole vedo sfrecciare un aereo, per quanto sfrecciare possa essere il termine adatto, dal momento che dal basso sembrano tutti cadere al rallentatore. Ho pensato a quell’aereo, l’ho riscritto dandogli un significato nuovo, come se fosse una mia lacrima. Come se invece di cadere nel vuoto, scendesse raso la mia pelle verso la piega della bocca impassibile. Non che ci fosse nessuno, a quell’ora, dalle parti della Tower, ma tant’è. Ho sempre avuto pudore per i miei sentimenti, pur essendo, senza vergogna, un gran sentimentale. Ho sempre avuto pudore per l’espressione dei miei sentimenti. Scrivo su un blog, ma cerco regolarmente nuove tecniche per nasconderlo – dalle ricerche, dalle directory, da te, da me -, non sopporto che mi si veda piangere, o che mi si pensi fragile. Ci sarebbe tutto un capitolo da aprire, ma non lo farò. Ciò che voglio dire è che un anno fa piangevo. E oggi, invece, sono felice. Almeno credo. Dovrei essere felice, perlomeno. Dicono che se ti viene il dubbio hai già un problema. Ma a chi, dio santo, non verrebbe di questi tempi, il lecito, fugace dubbio di non essere felice? Me lo si conceda, se non altro, per quello che vedo.

Anche questa città si è ormai svuotata di attese e aspettative. Pensavo che l’Italia potesse cullarmi nel suo grembo materno, ma mi ha strapazzato e ferito come un conducente ubriaco. Se non fosse stato per quei fiori di lavanda dentro le tue mani, chissà in quale calanco mi sarei trovato ad annaspare. Non fosse stato per i tuoi abbracci infiniti e il tuo amore inesperto, ancora senza nome. Per il tuo corpo intero che, per qualche strana eccezione alle leggi naturali, certe sere, riesce perfettamente a contenere il mio, che si fa piccolo piccolo. Non fosse stato per il tuo amore incomprensibile, anche il grembo materno sarebbe diventato una botte scomoda e stretta da raschiare.

E ora, e ora dove andare? Reykjavík è una carcassa vuota, dopo che il tempo, la distanza e la depressione hanno portato via le speranze di rinnovamento che mi allacciavano le scarpe ogni mattina, tempo fa. Rimangono reflussi di entusiasmo, tracce sparse di radici piantate e già recise. Reykjavík, dove sei? Dove sono finiti i giorni pieni e le risate? Samtún e la luce di quella cucina sempre accesa. Il gatto invadente e la coperta grigia. Il profumo che le donne lasciavano nel bagno la mattina. I giochi e le magie. Dove sei finita? Patria di filologico entusiasmo, orizzonte immaginario di un futuro in avvicinamento. Dove sei?

Dov’è invece la mia patria, piegata sotto il peso dell’ostilità. Avvelenata dall’eterna, disinteressata ignoranza che le scorre nelle vene, che dilaga come un cancro nelle viscere furiose di chi cerca nemici da annientare. Dove sei, tempo? Questi vent’anni ormai consumati, e i bilanci iniziati ma non ancora finiti. Mi giro di spalle e ho ventisei anni. Sono felice, pronto a partire. Le valigie pronte, cariche di vestiti e di fantasmi, ma pur sempre cariche. Mi volto in avanti e sono ventinove, invece. Quasi trenta. Trent’anni che sono al mondo. Senza aver tenuto niente. Senza saper nemmeno dire se sono felice. Senza nemmeno sapere dove posso stare. Da solo col cappotto ben stretto, cammino vicino al mare come ho fatto tante volte, tutte le volte che l’ho dovuto fare. Cerco nella nebbia umida la sua faccia immobile. Ma invece di Esja mi rispondono solo le sirene. Dal porto solo luci verdi e sirene. Sollevano richiami nella notte, che cadono sul fondo della baia. Inascoltati.

Tot a ca’

Una rondine dopo l’altra, e dopo le rondini solo l’odore dell’erba illuminata dalla sera. L’argine del fiume che imponeva la sua ombra sulle nostre testoline ben rasate, ma sudate a dovere, piene solo del rumore di calci sul pallone e sfide a nascondino. Solo le rondini basse, che ci sfioravano i ciuffi di capelli misti a ciuffi d’erba, misti a tracce di terriccio figlie di giocose colluttazioni. Chiedevo a mia zia perché le rondini volassero così basse, lei, nel suo grembiule celeste attraversato da strisce verticali e bianche – o almeno dovevano essere state molto bianche, una volta, prima di ricoprirsi di tracce di pomodoro e condimenti vari – lei mi rispondeva: “Sta per piovere!”. “E che ne sai?”, le rispondevo – il rumore della gomma consumata del fondo delle mie scarpe che le correva incontro e strideva in frenata sull’asfalto bollente. Che ne sai? “Le rondini volano sempre così basse quando sentono il temporale. Venite in casa!”, diceva, “Tot a ca’!”. Ma noi restavamo in piedi, mentre lei rientrava a mescolare il sugo col suo lungo cucchiaio di legno antico, in quel cunicolo di cucina. Noi restavamo in piedi, fermi immobili a fissare il cielo. Le rondini stridevano quasi più delle mie scarpe da ginnastica. Traiettorie agitate e confuse. E in cima all’argine del fiume, che già ogni sera si stendeva cupo su di noi per ricordarci che un’altra giornata doveva finire, là in cima iniziavano a vedersi nuvole nerissime. Avanzavano veloci e dalla nostra altezza di bambini molto piccoli, sembravano ingoiare l’argine, e prima ancora i binari del treno, con vorace impazienza. Come una coperta spessa e scura che si mangiava tutto: il sole, le stelle, i fili d’erba, il canale e forse, presto, anche le rondini e noi due. Persino i grilli quella sera avevano deciso di non cantare, forse balzati più in là, sotto una foglia, al riparo dalla famelica tempesta. Zitti. Tutti a casa, ritirata! Qualcosa nel cuore, già allora, mi si lacerava. Dovevo interrogarmi sulla fine del mondo, mentre il vento si alzava tanto da spingermi via e da entrarmi nella maglietta di cotone leggera, con le sue mani invadenti e maleducate. Dovevo fermarmi lì, capite? Resistere, piantare i piedi, aspettare l’oscurità e chiederle: “Perché?”.

Di specchi, di luci e di spiriti

Ma se anche riportassimo ogni cosa al suo posto, questo presente non ci potrebbe assomigliare. Se riavessi lo stesso fuoco dello stesso camino, lo stesso vaso di vetro in cui nonna gettava i rotocalchi, i giornaletti di cronaca rosa e i suoi Liala. Se anche riavessi lo stesso odore di lasagne nel forno, lo stesso terrazzo, l’intonaco scheggiato sul muro e, in sottofondo, i concerti di musica classica su Rai1, quando di canali ce n’erano ancora mano di dieci. Se avessimo quei mobili disposti nella stessa maniera, il tuo barboncino bianco che mi lecca il lobo di un orecchio, il sellino della stessa bicicletta, l’erba verde e le tartarughe sul retro, nel recinto di fronte al garage dipinto di fresco. Se tornasse tutto uguale, se anche tu non fossi morta, nonna, ma vivessi ancora. Questo presente non ci potrebbe assomigliare comunque. Tanto è cambiato il vento, tanto diverso è il mondo e tanto diversi saremmo noi, se ancora, entrambi vivi, ci rivolgessimo l’uno all’altro le stesse parole, ma con la voce e la faccia di adesso. Trent’anni, quasi, a camminare su questo mondo, e cos’ho guadagnato? Saggezza? Poca. Forse stanze, stanze lunghe e infinite, stanze verticali. Ricoperte di specchi, di luci e di spiriti.

 

Leggimi la sera

Leggimi la sera, quando si placa il rumore del mare e del vento, così cominciava la mia lettera. Rileggi le cose che ho scritto soltanto per te. Ho creduto che bastasse mettere in rima le parole per esser chiamato poeta. Ho dato la caccia a un suono, venerato la segreta familiarità di un’allitterazione. Non ho mai capito che servivi tu, primariamente. Senza di te non escono parole, nemmeno scordate.

da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Novembre 2018, diario aperto

Mi riesce difficile, a volte, capire chi è che inghiotte chi. Se è questa città che inghiotte piano piano il mare, o se è il mare che ci divora lentamente. La ragione direbbe la seconda, ma il sentimento non lo so. Sarà che la foschia di questa “baia di fumo” si mangia tutto un po’ alla volta. Sarà, sarà, sarà… Che non sono mai stato un bravo giocatore. Io, che ho sempre preso l’amore, il sesso e le persone molto – forse troppo – seriamente. Sarà che mentre tutti stanno fermi o si stanno per fermare io mi chiedo sempre da che parte andare. Sarà che appare sempre il mittente sbagliato quando s’illumina il telefono. Sarà che… con che faccia mi appresto a raccontare per la quattrocentododicesima volta la mia storia, le mie due vite, le fondamenta profonde dei miei muri e delle mie idiosincrasie. Sarà che, ogni santa volta, ricominciare…
E pensare a quante volte invece avrei potuto prendere la scorciatoia, quante volte avrei potuto buttare tutto all’aria, fare pulizia e rivoluzione. Avrei potuto sì, e potrei. Ma non potrei mai diventare l’uomo che riempie un letto tanto per fare, per scaldare le lenzuola di cotone una notte e poi tirare il rigo sopra un nome. Sempre stato fuori tempo, sempre stato distratto, sempre stato troppo perso nell’osservazione di cervelli e caviglie. Sempre con quella cazzo di mano sporca d’inchiostro. Bestiale solo con chi ho saputo amare. Crudele solo con chi ha saputo dare. E con questo signore nello specchio a cui voglio raramente bene. Tutte le volte in cui ho fallito, e soprattutto quella più grande, ho fallito con lui.