Jón Kalman Stefánsson e la salvezza delle parole

Jón Kalman Stefánsson e la salvezza delle parole.

Sul blog I giorni si parla di letteratura e memoria, attraverso le parole del grande scrittore Jón Kalman Stefánsson.

via Jón Kalman Stefánsson e la salvezza delle parole.

Venezia, un giorno, le ore

Venezia, che fame di te; delle tue calli, dei canali, dei tuoi ponti da attraversare. A primavera ti ho lasciata sola, ancorata alla riva di un finale. Parlavano i gabbiani, la macchia di gelato sulla maglia, gli orologi sciolti. Parlava la primavera pallida, il suo viso triste, per quello che già c’era e che sarebbe stato. L’ho vista seduta su una gondola, teneva la faccia fra le mani e piangeva. Parlava la fatica, le gocce di sudore, gli scalini, parlavano i colori negli accenti di stranieri. Venezia, sei venuta a cercarmi, ma non ti ho dedicato che un sorriso sporco di troppi ricordi. Resta dove sei, che prima o poi ti trovo, o mi ritrovo. E ti vengo a cercare, per ridarti la luce e l’odore del mare, per macchiarmi ancora la t-shirt, per il rumore tiepido delle onde sulle barche, per il canto dei gabbiani, gli accenti di stranieri, gli echi lontani. Perché sarò vicino a qualcosa che assomigli già all’amore.
Gli orologi sciolti ritorneranno a ticchettare, a scandire il tempo eterno con le ore, per far felici gli uomini, per dare loro una certezza e dare un nome al viaggio quotidiano del sole; Venezia, lo chiameremo “un giorno”, quello in cui verrò da te. Venezia, lo aspetti? Fra le tue maschere, sulle tue dita affusolate e magre, mi piacerebbe stendermi, vivere e cantare.

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Se alla fine del viaggio… (Pensiero serale)

Venghino, venghino signori, a vedere l’ottava meraviglia: si chiama “uomo”, muove pure le dita e devo dire che mi rassomiglia. [...] Cosa ci stanno a fare al mondo? Niente, amano: non so perché, ma mi piaceva questa regola; ma la trovata più geniale è stata l’anima, con quella lì chi se ne frega anche se muoiono.

Noi ci guardiamo in fondo agli occhi per capire quanto tempo abbiamo, se il giorno lasciato indietro è proprio quello che volevamo; se alla fine del viaggio ci sarà qualcosa come una memoria, se tutti i baci, gli abbracci, gli addii resteranno sospesi nell’aria… Ma ci guardiamo negli occhi, non importa quanto tempo abbiamo; non importa se il giorno lasciato indietro è proprio quello che volevamo; se alla fine del viaggio nessuna delle tue stelle ne avrà mai memoria, perchè i baci, gli abbracci, gli addii sono la nostra storia, sono noi, noi, noi.

- “Il più grande spettacolo del mondo” – Roberto Vecchioni, Sogna, Ragazzo Sogna (1999)

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Il mio articolo sul portale LingueNordiche.it

Segnalo ai lettori del blog l’articolo che ho scritto per il portale LingueNordiche.it, un sito dedicato alle lingue e alle letterature nordiche, che permette a chiunque abbia fatto esperienza di viaggio, lavoro o studio nel Nord-Europa, di condividere e raccontare la propria avventura. Il portale è aperto naturalmente anche a contributi di traduzione. Consiglio un breve tour sul sito, oltre che la lettura integrale dell’articolo, di cui riporto alcuni estratti.

Quando mi metto a parlare d’Islanda, mi piace far mio un concetto che ho imparato all’Università: ognuno ha il proprio Nord. Il Nord nell’immaginario di ogni popolo, forse di ogni singolo individuo, si trasforma in qualcosa di diverso, come se fosse un orizzonte mobile, come se si spostasse sempre più in là a seconda del punto di vista di partenza. Il Nord diventa così un punto d’arrivo simbolico, l’incarnazione di un mondo lontano, esotico e sorprendente, in cui saldare o rinsaldare il rapporto con il mondo e con se stessi, attraverso la scoperta e – perché no? – anche attraverso la sfida climatica. Sin da quando ho iniziato una vera riflessione personale sul Nord, a caricarlo di significati esistenziali più o meno reconditi, ho pensato che fosse l’Islanda.

[...]

Noi abbiamo avuto la straordinaria opportunità, grazie anche ai risparmi accumulati prima di partire, di esplorare la penisola dello Snæfellsnes e tutto il Sud dell’isola, passando per il famoso Circolo d’Oro, la serie di tappe obbligatorie per ogni turista alla prima visita in Islanda.
La prima cosa che dicono in autobus, all’arrivo ad Arnarstapi, è che la penisola dello Snæfellsnes è magica. È una vecchia credenza popolare, ma come tutte le credenze popolari deve avere qualche fondo di verità. La magia di quei luoghi mi ha permesso infatti di collezionare alcuni dei miei ricordi più belli e di iniziare a percepire per la prima volta un fortissimo senso di libertà. L’Islanda è capace, con la propria forza dirompente, di far sentire le persone dei piccoli e fragili puntini nell’universo, ma allo stesso tempo sa regalare sensazioni di libertà e di meraviglia che posso associare soltanto a quelle remote dell’infanzia. Anche percorrendo il Sud, attraverso le grandi cascate, le distese infinite di roccia lavica, nel suono dei fiumi, nei tramonti, sulla spiaggia profondamente nera di Vík, dove noi abbiamo avuto anche la fortuna di ammirare l’incredibile e commovente danza dell’Aurora Boreale, non si perde mai lo stupore della prima volta, l’indecifrabile emozione della scoperta, come se prima di quegli spettacoli naturali non ci fosse stato mai nulla da guardare.

Il link all’articolo completo: http://www.linguenordiche.it/storia-cultura/approfondimenti/la-mia-islanda,-fra-incanto-e-cultura.html

Immagine[Guardando l'Islanda negli occhi]

Jón Gnarr about Iceland and the world: a peaceful dream

Voglio condividere su questo blog le parole pubblicate poco fa da Jón Gnarr, sindaco di Reykjavík, tramite la propria pagina Facebook, e il suo sogno a proposito dell’Islanda e del mondo. L’Islanda è un bel posto in cui restare. E ricordate: “Le persone senza speranza fanno felice Sauron”.
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I want to use this blog to share Jón Gnarr’s words and his dream about Iceland and the world. Iceland is a good place to stay. And remember: “Hopeless people make Sauron happy”.


“My dream

(It’s pretty naive but I just have to get it off my chest)

I think Iceland offers a unique opportunity for the world. It is a small community with only 350.000 inhabitants, highly modern and educated within less than 3 hours flying time to London and 5 hours to New York and endless possibilities, beautiful nature and security for families, good schools and solid infrastructure. And don’t let the name scare you. The weather is not so bad. The average temperature in Reykjavik is actually higher than that in New York

There are so many ideas that could be tried out here to see if they work, and then be exported around the world and adopted to bigger places for the benefit of mankind.

Iceland is a stable and peaceful nation with a low crime- and corruption rate and offers renewable electricity that is about 35% cheaper than in the US. Everybody speaks English, many speak German, French, Spanis, Polish and many other languages.

Human rights in Iceland are among the best in the world, women and LGBT among others. Iceland is the best place in the world to be a woman. Here nobody cares if you are gay and you will not be discriminated against.

In my dream scientists, artists and creatives, entrepreneurs, designers, philanthropist and dreamers will flock to here and join hands to make something special happen. Something that has never happened before.

I dream of a UN Peace University. An international Research center for Arctic studies, climate change and global warming. Research and development of electric cars. Peace conferances and peace talks. Artistic happenings. Natural history museum. An international institution of non violent communication.

I want to make Iceland the Home of Hope for Humanity.

So please come before Sauron and Ronald MacDonald take over the place”

Immagine[I took this picture in Reykjavík, on a beautiful day in early August 2013]

Le strade della domenica

Oggi ho ricordato i discorsi con mio nonno, guardando fuori dal finestrino mentre il sole illuminava le strade della domenica mattina, poco affollate, tutte per noi. In campagna osservavo le case antiche, tutti i piccoli cuori della Romagna, che già allora mi sussurravano i suoni di un dialetto bellissimo e allegro, che si esprimeva attraverso le voci delle nonne piegate sul grande tavolo di legno al centro della sala, impegnate ad impastare, così come in quelle dei signori nei campi per la vendemmia. Ho sempre saputo che questa sarebbe sempre stata la mia terra, nonostante i continui, necessari, tentativi di immaginarmi altrove. Mi sono sempre sentito a casa, nell’odore dell’erba appena tagliata, dei campi di cipolla, persino dell’olio del trattore e del pollaio di mia zia, nel suono dell’acqua sugli argini, delle spighe che battevano sulle gambe o sulle braccia mentre con un amico si andava in bicicletta alla ricerca di avventure, nelle voci degli animali, nei tramonti aperti, nei gavettoni estivi. Dicevo a mio nonno, mentre la macchina sfrecciava via verso il ristorante che aveva scelto per noi due quella domenica, che avrei voluto vivere in una casa di mattoni, ma specificavo: una casa coi mattoni che si vedono, capisci? Con tanto verde intorno e degli animali. Gli dicevo che avrei voluto godermi le stagioni che passavano, gli dicevo che una vita semplice non mi sarebbe dispiaciuta. Dicevo tante cose strane da bambino e spesso le dicevo proprio a mio nonno. Avevo ancora tante speranze, molti sogni, non li avevo ancora filtrati attraverso la realtà della vita, per capire che molti di essi sarebbero rimasti impigliati alla retina di alluminio, dimostrandosi illusioni, e che solo pochi avrebbero proseguito la corsa verso l’età adulta.
Ora tutto è radicalmente cambiato, anche le mie aspettative, forse anche la vita che un giorno vorrò fare, la casa in cui vorrò abitare. Quello che non è cambiato è il fatto che ogni tanto mi fermo ad osservare le strade della Romagna, soprattutto al mattino, o al tramonto, e mi metto a parlare con mio nonno, a parlare di tutte le cose semplici che mi piacerebbe fare. Anche solo una gita in campagna, anche solo un pic-nic sotto il sole. Gli parlo, perché certi discorsi si fanno solo con lui, e comincio ad aspettare una risposta che non arriverà. Questo però non mi fa male. Anche quando era qui, mentre guidava, nel sole bianco della domenica, non rispondeva quasi mai. Mi lasciava parlare. Poi tossiva un attimo. E mi voleva bene.

Davanti a una pagina nuova

 

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Dovesse esistere l’Inferno, il luogo diabolico per antonomasia, di certo sarebbe l’incertezza a governarlo. Spesso nelle notti pallide di nuvole si rimane fermi a pensare e non ci si imbatte quasi mai in una soluzione che riunisca tutte le strade in una sola; le possibilità si moltiplicano con lo scorrere dei secondi nella sabbia della clessidra, con le ore, fino a formare un groviglio, un grumo appiccicoso sotto la fronte e nelle parole. Andare o restare, scappare o tornare, parlare o tacere, vicino o lontano, credere o avere paura, pentirsi o non rinnegare. Quante ore, quanti grovigli dipendono da questi scontri. Quante cose nel mondo esistono per la propria natura contraddittoria, quasi come se l’apparentemente introvabile sintesi fra gli opposti fosse davvero, autenticamente la vita. Così anche le mete del viaggiatore si moltiplicano con le ore. Il cuore si spezza come il ghiacciaio in mille blocchi, che galleggiano fra le corsie di un aeroporto, scivolano lungo le diverse file, in direzione delle diverse mete. Vogliono volare verso chi è lontano, verso chi hanno lasciato, o nell’ignoto, verso l’aria nuova.
Sfogliando questo libro, partito con il sogno vissuto in Islanda, e voltando pagina, si vede però già Vienna, la sua veste antica. Resta poco spazio per altre mete, poco ossigeno all’incertezza. Ormai tutto è deciso, avvolto in una splendida luce di attesa. La paura, poi, la inghiottirà la vita, in un mattino d’inverno.