Deviazioni, ripartire

IMG_7231E così si ritorna soltanto per ripartire.
E così si deviano le strade che si pensava di dover (voler) prendere.
E così è una notte che si fa tenere sveglia dagli imprevisti e dalle sorprese.
Sono incredibilmente stanco, affaticato, nel vero senso della parola.
Alla fine ci sarà quella strada che porta il mio nome, una strada per me. Deviazioni, cantieri e lavori in corso mi daranno qualcosa. È sempre stato così. Serve solo più tempo.
Domani a quest’ora sarò su un altro treno a contare i nomi delle persone che mi compariranno davanti agli occhi, sospesi nella bellezza del paesaggio.
Quante quelle con cui vorrei parlare, che vorrei ritrovare, quanta chiarezza vorrei portare al vetro appannato.
Io sono un nome.
E mi porto dietro, ad ogni viaggio, tutto quello che contiene.
Io sono un nome. E un viso. E tutto quello che contiene.
Compresi i volti di chi non mi fa dormire.

Blu

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E partire. È sempre meglio fare che disfare, anche le valigie.
Immagina una notte, con una sfera blu.
Immagina la musica acustica che mi stuzzica le orecchie, un violino che si stende su tutto come una coperta di seta. Immagina.
Immagina un destino diverso, due occhi verdi, due occhi blu.
Immagina le parole che non hai ancora detto.
Immagina i passi nel buio, l’odore del caffè.
Immagina una bicicletta, che se non piovesse Dio solo sa dove andrei sulla sua sella.
Immagina il mio profumo, e quello della mia auto, se non li conosci.
Immagina una nuova custodia per il cuore, o tienimi anche solo le mani.
Se ti va aspettami qui, vado a prendere il sole buono della campagna, le note di chi ci sa fare con la riabilitazione di un cuore. Vado via per un po’, un altro po’. Se vuoi, aspettami qui.

 

Bundan Celtic Festival 2014 – Un commento

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Accade quando l’ombra della civiltà si allunga un po’ troppo. Sotto quest’ombra, dal profondo, si risveglia la fierezza della gente, alimentata dalla nostalgia di un tempo passato e molto spesso sconosciuto, o frainteso. Il ricongiungimento con la terra è la faccia opposta della medaglia della società umana; l’altra faccia è il morbo della civiltà, tanto spesso irrefrenabile e incontrollata invasione, grigio soffocamento dei principi naturali che governano il mondo. All’ombra dei grattacieli che decidono i destini degli uomini, si rifugiano i rievocatori di un tempo in cui il delirio moderno era ancora abbastanza lontano per riuscire ad ascoltare il mondo. Non che la società umana sia mai stata esente dalla follia o dalla stupidità, la vera e inestinguibile gramigna fra le siepi della vita comunitaria, tuttavia i piedi nudi e le mani callose toccavano ancora la terra ed era ancora necessario darle ascolto, da lei dipendere in qualche modo, per continuare a vivere.

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Al Bundan Celtic Festival si ha decisamente la sensazione di tornare indietro e anche quando le ricostruzioni non sono perfette o del tutto veritiere nella forma e nei contenuti: la determinazione che dimostrano i rievocatori nel proporle al proprio pubblico convince anche i più scettici – come me – a lasciarsi affascinare e conquistare.
Il percorso didattico pone il visitatore di fronte a usi e costumi delle popolazioni celtiche (quali, di preciso?) stanziate un tempo (quando esattamente?) nella nostra penisola (dove esattamente?) e non solo. Il percorso risulta affascinante e ben fatto, nonostante l’approssimazione dei dati forniti. Perché in fondo il Bundan è esibizione, è prima di tutto intrattenimento, più che museo vivente. Non ci si aspetta davvero di essere investiti dal sapere scientifico, anche perché la precisione richiede tempo, il tempo richiede desiderio e concentrazione, che a loro volta porterebbero il visitatore medio del Bundan alla morte per noia. Senza dubbio risulta allora sufficiente una piccola infarinatura di ogni cosa, dai vestiti dei celti, alle armature, al cibo, all’igiene, un po’ di tutto per non scontentare nessuno e per acquisire credibilità. E va bene, ma ancora una volta sostengo che il Bundan sia grande intrattenimento. Sia chiaro, fra le varie proposte non mancano le vere chicche per appassionati, alcune ricostruzioni davvero fedeli di manufatti, vestiario, cibi realmente riprodotti seguendo le ricette antiche, bevande del tutto simili a quelle consumate sotto le tende della varie tribù, vasi, forni ben riprodotti, dedicati all’arte antica della lavorazione di vetro e ceramica, ma tutto accostato al folklore e alla mitologia. Di fianco a un accampamento di rievocatori siedono e camminano, con gli occhi colmi di entusiasmo, varie creature del fantasy contemporaneo principalmente anglosassone, spesso slegate dalla cultura celtica (altro concetto in cui sarebbe lungo e rischioso addentrarsi), ma perfettamente integrate nello scenario. Basti pensare che in fondo al villaggio, su un modernissimo palco munito di casse assordanti, si alternano le band più disparate a proporre generi che vanno da tiepidi tentativi di folk italiano a quello americano, passando per il folk rock irlandese e gli spettacoli pirotecnici. E non dimentichiamoci della piadina romagnola, del gelato, delle crêpes alla Nutella e della ‘carnazza’ con patate negli stand!

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La verità è che il Bundan è un vasto e meraviglioso carnevale dai mille colori e dalle mille voci, costellato di fedeli e nobilissimi tentativi di ricostruzione storica, che rischiano però di perdersi nel marasma folkloristico della rinascita new wave post-Signore degli Anelli. Limite o valore aggiunto alla manifestazione? Ai posteri l’ardua sentenza. Da parte mia credo si possa parlare di valore aggiunto, per una manifestazione che non vuole porsi su una cattedra e insegnare pedissequamente la grande Storia ai propri visitatori, ma che mira piuttosto a dare spunti di riflessione e occasioni di divertimento. Si mette piede al Bundan per illudersi che ci si possa nascondere dal pesante fardello della civiltà, che si possa sfuggire alla noia del presente attraverso la riscoperta di un passato non sempre veritiera, ma non per questo da sminuire o trascurare. Ciò che qui deve essere veritiero è il bisogno dell’uomo di tornare a ‘stare insieme’ con i propri simili e soprattutto con la natura, la terra, lo spirito del mondo. Il grande falò finale dei clan riuniti non fa altro che suggellare questo patto primordiale rinnovato e ritrovato di anno in anno.
Tutto il resto si può anche disperdere nel fumo che dal boschetto di Stellata si eleva per raggiungere il cielo.

IMG_7456IMG_7475Il momento da ricordare: nella tenda ateniese di un gruppo di rievocatori chiamati Figli del Sole, da parte mia i più apprezzati all’interno dell’evento, si è riprodotto fedelmente un vero e proprio Simposio, momento tipico di riflessione filosofica e convivialità che aveva generalmente luogo dopo cena nell’antica Grecia. Un’invocazione a Dioniso, seguita da un importante momento di ascolto reciproco ed espressione delle proprie idee riguardo a un argomento deciso dal simposiarca, il tutto accompagnato da vino squisito e stuzzicherie tipiche. Da non perdere!

Quanti diamanti (Nostalgia)

P1000547 [il fiordo, Islanda]

Mi vogliono convincere che questa è estate. Ma la pioggia troppo spesso si distende pigra sui miei vetri. Provano a dirmi che questo era quello che aspettavo, che per tanti mesi ho invocato. Ma non mi sono ancora mosso. Sono ancora qui. Gran parte di ciò che ho tentato di costruire nell’ultimo giro del sole è svanito: sono rimasto io, insieme a poche altre cose, le più solide. Eppure mi vogliono ancora convincere che questa è la stagione della vita. Ché riesco solo a domandare con la mia voce muta: cosa abbiamo ottenuto in cambio dei nostri vecchi diamanti?
Dio solo sa quanti diamanti venderei, baratterei, regalerei oggi per riavere indietro la mia Islanda, il mio fiordo. Eppure so che se tornassi adesso non sarebbe tutto uguale. I volti delle persone che hanno dato senso al viaggio sono tornati ognuno al proprio posto. E allora tutto perderebbe il suo sapore. Ma lo rivorrei comunque, perché anche io sono tornato qui, da dove sono venuto, in un terreno di radici che però non è il mio posto. Io lo so, lo sento: non è qui il mio posto.
Qui si soffoca. Anche sotto al temporale.
E questa è solo un’altra nostalgia. Una fra le tante, che si potrà disperdere nel fiume dei pensieri depositati per i pochi ascoltatori. Venderei tutti i miei diamanti per tornare al fiordo. Ma gli unici che avevo me li ha rubati la sua assenza.

Volver

¿Volver? Vuelva el que tenga,
Tras largos años, tras un largo viaje,
Cansancio del camino y la codicia
De su tierra, su casa, sus amigos,
Del amor que al regreso fiel le espere.

Mas, ¿tú? ¿Volver? Regresar no piensas,
Sino seguir libre adelante,
Disponible por siempre, mozo o viejo,
Sin hijo que te busque, como a Ulises,
Sin Ítaca que aguarde y sin Penélope.

Sigue, sigue adelante y no regreses,
Fiel hasta el fin del camino y tu vida,
No eches de menos un destino más fácil,
Tus pies sobre la tierra antes no hollada,
Tus ojos frente a lo antes nunca visto.

Luis Cernuda, Peregrino (Desolación de la Quimera, 1956-62)

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[Bologna, Italia. Primavera 2014]

La nebbia di Lochness

IMG_6872[Lochness, Scotland. June 2014]

Oltre alle mura antiche del castello, arriva una nebbia che ci vuole mangiare, ci vuole far sparire. È Lochness che si immerge in una macchia di colore e tutto è così chiaro e risolto in un indefinito rumore. Sembra quasi di sentire le cornamuse, o il brusio delle vele spiegate.