Le mie parole crescono nel mare

Tanti anni fa, me ne stavo seduto su un telo, in riva al mare, la spiaggia bianca come le nuvole che abitano il sereno, il rumore delle onde lieve. Tenevo un taccuino in mano e scrivevo, di me e di tutti gli altri me che mi inventavo, delle facce che mi comparivano di fronte. Inventavo vicende e sentimenti, traducevo in parole tutto quello che vedevo e che non c’era. Scrivevo, di continuo. E alla fine ho scritto talmente tanto, alla fine della vacanza, da aver completato un libro, quasi senza volerlo, quasi per sbaglio. Un po’ come quando ci si innamora, senza pensare, lasciandosi andare, trascinare, come le onde, come i granelli di sabbia sul vento, le foglie, nel vento. Avevo scritto un libro: c’ero io ma c’erano anche tutti gli altri, anche parole che non credevo nemmeno di aver scritto, pronunciate da volti ignoti, ma comparsi, entrati nella mia mente, come richiamati. Ancora adesso non so cosa fosse, ancora adesso ogni tanto succede. Ma è tutto diverso, è tutto cambiato. Non è più come prima. E in verità sono solo uno studente che trascorre molte delle proprie giornate chiuso in una stanza a consumare pile di libri per raggiungere degli inutili traguardi. Spesso vorrei scappare su quell’isola, tornare. Vorrei rimettermi di fronte al mare e aprire la mente, dimenticare le catene del passato e le mirabolanti prospettive del futuro. Vorrei essere. Stare fermo. Vuoto. E scrivere. Potrei persino finire un altro libro, incontrare di nuovo mondi e vite, intrecci insperati e storie non ancora raccontate. Potrei. Sarebbe la volta buona. Ecco, credo che tornerò sempre al mare, in un modo o nell’altro. Non ho scampo. Le mie parole crescono nel mare. A un certo punto non posso fare a meno di girarmi e cercare fra le onde.

Non c’è tregua per il viaggiatore (-30)

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E pare che sia ufficiale. In un mese esatto salperò, o per essere meno poetici salirò su un treno, quel solito treno notturno che porta oltre il confine, che conduce in Austria. Uno di quei treni che sembrano ancora treni, dove si riesce ad incontrare qualunque tipologia di essere umano, di viaggiatore. Dove c’è ancora qualche vero viaggiatore. Parlo di treni che sembrano usciti dalle pagine di un romanzo russo: treni bui che fanno tutte le fermate, che accolgono grandi valigie, come sacchi a pelo, zaini da viaggio e ventiquattrore, dove si sente russare, si sentono le voci allegre di chi ha bevuto troppo, il suono dei tacchi di signore impellicciate, ma anche le risate dei bambini, le corde pizzicate di una chitarra, il rumore ruvido delle dita sulle pagine dei libri. C’è chi viaggia in grande stile e chi con le scarpe rotte, ognuno inseguendo la propria vita come può.
Se penso al lungo e difficile cammino che quest’anno ho già percorso, rischio di partire stanco, già affaticato. Un po’ come scrive Kerouac. Le valigie che trasporto, piene di cianfrusaglie inutili, di vestiti e di fotografie ingiallite, sono logore e pesanti, ma non si possono fermare: non sono concesse lunghe soste a noi che non abbiamo ancora trovato niente, o abbiamo perso troppo. La vita è ancora scivolosa, ancora fatica a farsi afferrare, e questo non può che essere il bello e il brutto del nostro andare. È un andare che è inseguimento di senso, di verità, formazione di un destino. È un andare che abbraccia la vita, che la abbraccia pienamente. Alla fine della strada forse i puntini sulla mappa formeranno il disegno di ciò che siamo diventati, o che siamo sempre stati senza nemmeno saperlo.

Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita. – Jack Kerouac

A quelli che il mare.

A chi trascorre il proprio tempo in riva al mare, a un qualunque mare, in queste ore calde da qualche parte, altrove tempestose. È impressionante il numero di volte in cui mi sono ritrovato a parlare del mare, inaspettato. Non credevo di essere così tanto attirato dal mare, di averlo tanto spesso preso a ispirazione, fonte di parole, pensieri, risposte… fonte di verità a cui attingere attraverso il silenzio. Il mare nel silenzio. O il mare nel vociare allegro degli amici al tramonto, nel tintinnio dei bicchieri che brindano. O il mare di due innamorati che l’uno dentro l’altro osservano il cielo, si baciano, fanno di un balcone un regno di luce. Il mare dei bambini che si rincorrono fra gli ombrelloni. Il mare sognato di chi non lo sta guardando. A tutte le persone che in un modo o nell’altro sono davanti al mare… Forse è il mare che può salvarci. Devo credere che qualcosa possa salvarmi. Le onde? La luna, che ci sta col fiato sul collo da sempre? Qualunque cosa, purché mi salvi la vita.
A chi è davanti al mare. A chi si lava l’anima nelle onde, per poter ricominciare.

Dovessi vivere ancora mille anni, amore sarebbe il nome del peso lieve di Thérèse tra le mie braccia, prima di scivolare tra le onde. E destino sarebbe il nome di questo oceano mare, infinito e bello. Non mi sbagliavo, là sulla riva, in quegli inverni, a pensare che qui era la verità. Ci ho messo anni a scendere fino in fondo al ventre del mare: ma quel che cercavo, l’ho trovato. Le cose vere. Perfino quella, di tutte, più insopportabilmente e atrocemente vera. È uno specchio, questo mare. Qui, nel suo ventre, ho visto me stesso. Ho visto davvero.

Alessandro Baricco, Oceano Mare. Milano, Rizzoli, 1993.

Sull’albero. In Scozia.

In attesa delle sorprese di Settembre… Vi porto con me da un gruppo di amici che hanno deciso di costruire Una casa sull’albero e di far salire anche me. Un altro luogo per pensieri, racconti e parole. Un altro posto dove trovarmi, se non sono in casa.
Iniziamo con un breve resoconto della Scozia.
Se cliccate, vi aspetto.

(Ma non temete, che thewanderer. è vivo e vegeto. Fra qualche settimana succederà qualcosa. Non allontanatevi troppo. D’accordo?)

Quando la nebbia si sparge su Lochness e avanza a grandi passi, per ricoprire di bianco il castello di Urquhart e tutto il paesaggio, non sembra così assurda l’idea di sparire e sciogliersi in una macchia di colore, in un vago suono di cornamusa e di spade.

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Fjólskylda

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Those days I will never forget.

August 2013.

Ísafjörður means family. Family means nobody gets left behind or forgotten.

I miss you all. I miss the fresh air of the fjord in the morning, I miss the sea, the trips, the music, the movies, the classes, that overwhelming sensation of being in the right place at the right moment. God knows if I miss those things and much more I can not even put into a list. Crap, it only takes a moment to get nostalgic. Good luck to anyone who’s there right now. I wish you at least the half of what I got from such an experience. I wish you friends like these, days like these.
Days I will never forget.

And now we are walking on our separate paths, head up, straight through… But somehow some of us know that we are family. Some kind of family. A great world family. Like “Ohana”, “Fjólskylda”.